Elogio della Bettola

Ovvero: in difesa delle matite mangiucchiate, dei dadi spaiati e delle schede con le macchie di pizza

Ho visto una foto di un tavolo da gioco di ruolo su Instagram la settimana scorsa.

Dadi in resina viola con inclusioni dorate, disposti a ventaglio su un vassoio in pelle. Scheda del personaggio stampata su carta pergamena, rilegata con un nastro cerato. Una mappa dipinta a mano con le montagne in rilievo. Candele profumate agli angoli. Luci a led ambientali. Uno schermo del master che sembrava uscito dalla bottega di un falegname medievale.

Tremila like. Centocinquanta commenti del tipo «goals», «che setup incredibile», «dove hai preso quei dadi?».

Nessuno che chiedesse com’era andata la partita.

La fotogenia come valore

Qualcosa è cambiato nel modo in cui i giochi di ruolo vengono raccontati online. Non parlo delle comunità, dei podcast, dei canali  (quello è tutto ossigeno per un hobby che per vent’anni è rimasto nell’ombra). Parlo di un’estetica specifica che si è imposta lentamente: l’idea che una serata di gioco di ruolo debba essere, prima di tutto, bella da vedere.

Ho visto setup con proiettori integrati nel tavolo, miniature dipinte con cura da restauratore, schermi del master con scomparti segreti e pannelli luminosi. Roba che alla NASA chiamerebbero prototipo.

Sono oggetti fatti con passione, con cura artigianale, con un amore per il dettaglio che rispetto. Ma c’è una domanda che continua a tornarmi in mente: a che punto l’allestimento ha cominciato a contare più della storia?

La cantina che ricordo

Il primo tavolo su cui ho giocato era in una cantina. Umidità giusta, una lampada a nudo attaccata al soffitto, sedie prese da tre piani diversi dello stesso palazzo.

I dadi erano quelli della Scatola Rossa,   set quasi completo, con il d6 mancante sostituito con uno di plastica bianca trovato chissà dove che non c’entrava niente. I manuali erano fotocopie ripiegate in quattro, un po’ storte, con le pagine che si mischiavano se non stavi attento. Lo so, non si fa. All’epoca era la norma e nessuno ci perdeva il sonno. La scheda del personaggio, almeno quella, era stampata,  due colonne su foglio A4, compilata a matita per poter cancellare.

In quella cantina ho vissuto alcune delle serate più memorabili della mia vita.

Non perché fossero perfette, ma  perché erano vere. Il tavolo era traballante e la luce era cattiva e nessuno se ne preoccupava, perché eravamo troppo occupati a costruire qualcosa insieme.

Il manuale consumato

Penso spesso ai manuali di allora:  copertine staccate e riattaccate col nastro adesivo,  angoli piegati su ogni pagina utile,  scritte a margine, frecce, note in codice che solo chi le aveva scritte capiva. Erano oggetti vissuti e si vedeva! 

Adesso custodisco i miei manuali con una cura che onestamente non meritano:   niente angoli piegati, niente sottolineature, niente  post-it. Li apro con una cautela che riservo a poche altre cose. Sono belli, sono curati, sono quasi intoccabili.

E a volte mi chiedo se un manuale che nessuno osa consumare stia davvero servendo a qualcosa.

Un manuale consumato è la prova che qualcuno ci ha giocato sopra, ci ha pensato, ci è tornato. È un oggetto con una storia dentro, non solo stampata.

Il problema della vetrina

Instagram ha fatto una cosa precisa al gioco di ruolo: lo ha trasformato in un contenuto. Non è necessariamente un male, la visibilità ha normalizzato qualcosa che per generazioni era relegato agli scantinati,  tuttavia il contenuto deve essere fotogenico,  ma il gioco di ruolo, nella sua forma più autentica, non lo è per niente. È quattro persone che parlano, ridono, si perdono in digressioni assurde, tornano al punto, perdono nuovamente il filo. È silenzio quando qualcuno pensa,  è una risata improvvisa alle undici di sera per qualcosa che non si può spiegare a chi non c’era.

Non è una storia che si racconta con una foto. È una storia che si vive seduti.

In difesa del brutto

Voglio difendere esplicitamente il brutto:  il dado spelacchiato,  la fotocopia storta,  la scheda compilata a matita, piena di cancellature,  la mappa disegnata con un righello e una biro su carta quadrettata, con le stanze numerate a mano e i mostri indicati con una X.

Questi non sono difetti da correggere. Sono il segno che il gioco è ancora un gioco e non una produzione. La magia non stava negli oggetti,  ma nelle persone, nella storia, nell’accordo tacito di credere insieme a qualcosa che non esisteva.

Quella magia non ha bisogno di candele profumate per funzionare. Funzionava anche con la lampada a nudo che ronzava.

Trovate una cantina. Trovate dei dadi, anche se ne manca uno.

Portate una pizza. E costruite qualcosa.

L’autore conserva ancora i suoi manuali senza un angolo piegato. Non è sicuro che questo lo renda orgoglioso.