Ovvero: un appello alla leggerezza, con tutto il rispetto del caso
Ho iniziato a giocare di ruolo perché era divertente.
Lo so, affermazione rivoluzionaria. Eppure ultimamente ho l’impressione che qualcuno se ne sia dimenticato.
Intendiamoci: il gioco di ruolo ha una profondità reale, implicazioni educative serie, un valore sociale che ho visto con i miei occhi e che difendo senza riserve. Non sto dicendo che sia roba leggera. Sto dicendo che forse — forse — ci stiamo prendendo un po’ troppo sul serio.
Gli strumenti e il loro peso
Nel corso degli anni la comunità del gioco di ruolo ha sviluppato strumenti preziosi: modi per gestire il gruppo, per tutelare i giocatori, per rendere il tavolo uno spazio accogliente e sicuro. Tutto sacrosanto, tutto condivisibile. Il problema, però, non sono gli strumenti, ma è quando questi diventano più complicati del gioco che dovrebbero servire, quando la preparazione occupa più spazio dell’avventura, quando il linguaggio si fa così tecnico e specialistico da sembrare pensato più per impressionare che per comunicare.
A quel punto mi fermo e mi chiedo: stiamo per giocare a un gioco o stiamo firmando un contratto di locazione?
Si tratta di un gioco. Un gioco serio, certo. Ma pur sempre un gioco.
I maestri del teatro della mente
E poi ci sono loro: i guru, gli influencer del master perfetto, quelli che hanno scoperto che spiegare il gioco di ruolo è più redditizio che giocarlo e hanno costruito un’intera carriera su questa intuizione. Li riconosci dal linguaggio: denso, tecnico, infarcito di termini che suonano importanti e significano poco, traducono cose semplici in concetti elaborati, impacchettano l’ovvio in cornici teoriche e te lo rivendono come rivelazione.
Proliferano anche i corsi: di master, di game design, di gioco, tenuti da professionisti la cui principale qualifica sembra essere aver fatto molti altri corsi. Non è, però, tutto fuffa, esistono anche persone davvero competenti che hanno qualcosa di reale da insegnare.
Il segnale che qualcosa non va tuttavia è quando un ragazzo, che vuole solo iniziare a fare il master, si trova davanti a un ecosistema così complicato, così pieno di prerequisiti e tecnicismi, da convincersi che non sia pronto, che debba prima studiare, che il gioco di ruolo sia una disciplina che richiede certificazioni.

La cosa più coraggiosa che puoi fare
Siediti. Prendi un regolamento. Raduna degli amici. Inizia.
Sbaglierai. Dimenticherai le regole, perderai il filo narrativo, un giocatore farà una cosa assurda che non avevi previsto e non saprai come gestirla.
Benvenuto nel gioco di ruolo.
Nessuno è pronto la prima volta. Nessuno è perfetto la decima. I master che conosco e che stimo — quelli che creano esperienze memorabili, che sanno tenere un tavolo, che fanno tornare i giocatori settimana dopo settimana — hanno tutti una cosa in comune: hanno smesso di preoccuparsi di farlo nel modo giusto e hanno iniziato a farlo nel loro modo.
Il gioco di ruolo non è un’operazione a cuore aperto. Se qualcosa va storto, si ride, si aggiusta, si va avanti. La perfezione non è lo scopo/il fine . Lo scopo/il fine è stare intorno a un tavolo e costruire qualcosa insieme.
Quindi, con tutto l’affetto possibile: giocate. Giocate senza aspettare di essere pronti. Giocate senza il manuale perfetto. Giocate senza aver completato il corso avanzato di master level 3.
Giocate. E non rompete le……scatole.
